Il futuro non è più quello di una volta
di GIAMPAOLO ROSSI, Founder di La Fabbrica di Lampadine e Oltre La Media Group
Voglio portarvi tre riflessioni. La prima è che non esiste più “il futuro di una volta”. Lo vedo molto bene osservando il rapporto con il lavoro tra la mia generazione e quella di mio figlio, che ha 25 anni. È Gen Z e ho ancora la fortuna di poterlo studiare “in cattività” dentro casa – ancora per poco.
La prima cosa che colpisce è quanto sia diverso il suo approccio al lavoro rispetto a quello che avevo io alla sua età. Per me esistevano due mondi distinti: la vita privata e la vita lavorativa. Non a caso abbiamo parlato per anni di work-life balance. La mia era la generazione della dicotomia: siamo cresciuti con il muro di Berlino, con un mondo diviso in due, e quindi anche con una cultura dello scontro.
Se guardate ancora oggi molta televisione generalista, fatta da persone con un’età media sopra i sessant’anni, vedete che spesso il modello è ancora quello: da una parte una fazione, dall’altra la fazione opposta. Più scontro che confronto. La mia generazione, che oggi occupa ancora molti ruoli apicali nelle aziende – e continuerà a farlo ancora per un po’, visto che la pensione si allontana sempre di più – ha separato nettamente vita privata e lavoro. Mio figlio invece mi dice: «No pa’». Anche perché loro risparmiano sillabe oltre che usare i vocali WhatsApp asincroni, una cosa che ancora non riesco davvero a comprendere. E mi dice: «Non esistono la vita privata e la vita lavorativa. Esiste la vita». E siccome una parte enorme della vita la passi lavorando, allora hai il diritto di stare bene anche mentre lavori.
Per me, cresciuto con un’altra educazione, lavorare significava anche soffrire. Il lavoro era qualcosa di strumentale: lavoravi per guadagnare soldi e vivere “dopo”. Questo concetto mio figlio non lo capisce. E ha ragione lui. Perché lui non c’era quando io avevo 25 anni, ma io ci sono adesso che lui ne ha 25. E se voglio essere contemporaneo, devo accogliere questo cambiamento, non combatterlo.
Questa è la prima riflessione.
La seconda riguarda il tema del benessere, che secondo me è soprattutto un tema di leadership. Oggi il contratto di lavoro è cambiato profondamente. Quando ero ragazzo si parlava del “patto col diavolo”: in fondo era più semplice di certi contratti moderni. Tu cedevi l’anima – ma dopo morto – e in cambio ottenevi ciò che desideravi di più. Oggi il contratto di lavoro ci dice una cosa molto più forte: noi paghiamo le persone in cambio della cosa più preziosa che possiedono, cioè il loro tempo.
E allora io credo che chi guida persone debba sentire tutto il peso di questa responsabilità. Perché un leader, di fatto, ha “in custodia” otto ore al giorno della vita delle persone, cinque giorni a settimana, per trent’anni o più. Per questo non credo che dovremmo occuparci del benessere solo per fare retention o per evitare che le persone se ne vadano. Dovremmo farlo perché ci interessa sinceramente che le persone stiano bene. Perché i colleghi, se ci pensate, sono anche compagni di vita. Io vedo più i miei colleghi che molte delle persone che amo. Quando mi chiedono da quanti anni sono sposato, io rispondo sempre: «Lordo o netto?». Perché lordo sono tanti anni. Ma se guardo il tempo netto passato davvero con mia moglie, è molto meno di quello che trascorro con i colleghi. E allora cambia completamente anche il significato della leadership. Non basta più sviluppare il professionista o il ruolo: bisogna avere cura della persona nella sua interezza. Servono leader che siano punti di riferimento, role model, mentori. Leader compassionevoli. Leader che facciano della gratitudine una parte concreta della propria leadership.
Terza riflessione: il nostro rapporto con il tempo.
A Roma, tempo fa, vidi una campagna pubblicitaria che mi colpì molto. Tra i vari lavori che faccio, quello che preferisco è criticare le pubblicità. Ho la fortuna di essere pagato per farlo. È una deformazione professionale: ormai durante le serie TV su Prime Video vado in bagno durante il film, non durante gli spot. Questa campagna di un’azienda informatica aveva slogan molto interessanti. Uno diceva: «Ti chiedono di dire ok, ma non ti chiedono se sei ok». Un altro: «Organizzi riunioni per organizzare altre riunioni». Ma quello che mi colpì di più era: «Faccio un lavoro che non mi lascia lavorare». È una sensazione diffusissima. Arriviamo a sera con più cose da fare di quante ne avessimo al mattino. Viviamo schiacciati sul presente: call, mail, notifiche, riunioni, stimoli continui. Siamo diventati straordinari risponditori di stimoli. Conosco persone che hanno 16mila mail non lette. Sedicimila. Accumulate lì.
E oltre al lavoro c’è un altro elemento che ci schiaccia sul presente: l’intrattenimento continuo.
L’intrattenimento nasce quando abbiamo avuto il lusso di annoiarci. Mio nonno, che faceva il contadino, lavorava dall’alba alla sera. Non aveva bisogno di Netflix. Quando invece abbiamo iniziato ad avere tempo vuoto, abbiamo cercato di riempirlo. Oggi l’intrattenimento è diventato l’industria dominante. Basta guardare le persone al semaforo: un minuto di attesa e subito prendono il telefono. Non riusciamo più a stare soli nemmeno sessanta secondi.
Eppure la noia è fondamentale. La noia alimenta la creatività, la fantasia, l’immaginazione. E l’immaginazione è ciò che ci permette di progettare il futuro. Noi sapiens siamo gli unici esseri viventi capaci di immaginare il futuro, ma stiamo perdendo questa capacità perché siamo costantemente schiacciati sul presente.
E insieme al presente cresce anche la nostalgia. Viviamo immersi nella nostalgia degli anni Ottanta, di un passato che percepiamo più leggero. Non era davvero più semplice – c’erano l’AIDS, l’eroina, il terrorismo – ma forse affrontavamo il mondo con una leggerezza diversa. Oggi invece siamo nel regno dell’autenticità assoluta. Negli anni Ottanta Battiato cantava: «C’è chi si mette gli occhiali da sole per avere più carisma e sintomatico mistero». Ed era bellissimo proprio quel “sintomatico”: non dovevi essere davvero misterioso, bastava sembrarlo.
Schiacciati sul presente, nostalgici del passato, rischiamo di perdere il futuro. Eppure le cose più importanti della vita non hanno una deadline. Le scadenze le rispettiamo sempre – non si sa bene per quale miracolo – ma le cose davvero importanti non hanno scadenza: stare con le persone che amiamo, coltivare passioni, meravigliarsi, contemplare la bellezza. Una volta parlavo con Stefano Bollani e mi disse: «Ho sempre voluto imparare a suonare il pianoforte». Gli chiesi: «Hai preso lezioni?». Mi rispose: «Mai». Perché imparare il piano non ha una scadenza. E allora lo rimandi.
Per chiudere, vorrei citare uno spot del Super Bowl dello scorso anno, quello di Gemini, l’intelligenza artificiale di Google. Mi affascina osservare come l’IA scelga di raccontarsi agli esseri umani esaltando proprio quelle caratteristiche profondamente umane che oggi non è in grado di replicare – e che, auspico, non riuscirà a replicare ancora per molto tempo. Ogni tanto riguardo quello spot per ricordarmi quali sono davvero le cose importanti e quanto sia facile, se non ci facciamo attenzione, mettere da parte una parte significativa della nostra umanità.
E qui torno a un punto che per noi di People are People è fondamentale: siamo contrari all’espressione “risorse umane”. Perché le persone non sono risorse. Ma anche “capitale umano” mi convince poco: c’è sempre l’idea che il valore umano venga misurato solo in termini di profitto.
Alla fine, “people are people”: le persone sono persone.
«Noi sapiens siamo gli unici esseri viventi capaci di immaginare il futuro, ma stiamo perdendo questa capacità perché costantemente schiacciati sul presente»
